Il curioso viaggio della segale: un’erbaccia diventata cereale

Segale

Ci siamo già occupati delle incredibili abilità mimetiche delle piante.

Sappiamo quindi che molte di loro sono in grado di imitare l’aspetto di alcuni organismi, mentre altre riescono a mimetizzarsi alla perfezione nell’ambiente che le circonda.

Il mimetismo vaviloviano

Oggi vogliamo invece soffermarci su una tipologia di mimetismo estremamente particolare: il mimetismo vaviloviano, dal nome del genetista russo Nikolaj Vavilov che per primo lo studiò.

Questo fenomeno rappresenta uno dei casi più affascinanti di coevoluzione tra uomo, piante coltivate e specie infestanti.

Accade quando una pianta infestante acquisisce una o più caratteristiche di una pianta coltivata dall’uomo, per ricavarne dei vantaggi e favorire così la propria sopravvivenza.

È la pressione selettiva esercitata dall’agricoltura a favorire le varianti genetiche che più somigliano alla coltura principale.

È dagli albori dell’agricoltura, infatti, che l’uomo mette in atto un processo di selezione, scegliendo di preservare e far riprodurre le piante che reputa migliori (per grandezza e facilità di raccolta dei semi, resistenza alle malattie e altre caratteristiche desiderabili).

Si crea quindi un rapporto di reciproca convenienza con le piante prescelte: queste ultime forniscono all’uomo il cibo di cui ha bisogno e, in cambio, ottengono cura e difesa, nonché la possibilità di espandere a dismisura il proprio areale di appartenenza.

Un'infografica che spiega il infografica mimetismo vaviloviano

L’uomo è infatti un vettore molto efficiente e, proprio attraverso questo processo, tre specie vegetali (grano, mais e riso) hanno progressivamente ottenuto il monopolio dell’alimentazione umana, arrivando a colonizzare in pratica tutti i continenti.

Tutto ciò deve essere apparso alle piante infestanti come un’imperdibile opportunità da sfruttare!

O meglio: le piante infestanti che presentavano mutazioni casuali simili alle piante coltivate sono state le uniche a non essere rimosse dall’uomo, sopravvivendo fino alla generazione successiva.

Le cosiddette erbacce, storicamente, sono alquanto bistrattate.

Trattate come un fastidio di cui liberarsi ad ogni costo, meriterebbero in verità maggiore considerazione, per il modo in cui riescono a sopravvivere anche dove non sono gradite, adattandosi con successo alle più disparate condizioni.

Esistono due tipi di mimetismo vaviloviano: quello vegetativo (somiglianza della pianta giovane per evitare lo sradicamento manuale) e quello dei semi (per evitare la separazione meccanica durante la pulizia dei raccolti).

Lenticchia oppure veccia?

Si tratta di uno dei casi più noti di mimetismo vaviloviano. Nello specifico, parliamo della Vicia sativa subsp. segetalis.

La veccia è una pianta infestante che condivide con la lenticchia le medesime esigenze in termini di suolo e clima e, per questo, nei campi di lenticchie tendevano sempre a nascere anche piante di veccia.

Avendo però un seme di forma ben diversa da quello della lenticchia, l’uomo poteva liberarsi delle erbacce senza troppi patemi attraverso la setacciatura o la ventilazione del raccolto.

Almeno fino a un certo punto.

La veccia, infatti, a causa della continua eliminazione degli individui con semi diversi, ha visto prosperare solo le linee genetiche con semi simili a quelli della lenticchia.

Nel corso dei secoli, la selezione operata dai setacci agricoli ha fatto sì che la forma, la dimensione e il colore dei semi di veccia diventassero praticamente indistinguibili da quelli della lenticchia.

Così, la veccia è riuscita con grande astuzia evolutiva a beneficiare di tutti i vantaggi legati alla coltivazione della lenticchia attraverso l’arte della mimesi.

Il caso della segale

Apparentemente da questo tipo di comportamenti l’uomo ha soltanto da perdere, nella sua eterna lotta contro le erbacce.Ci sono però delle eccezioni.

Sapevi che la segale, un cereale oggi estremamente diffuso, in origine era una pianta infestante?

Con i semi racchiusi in una spiga, ha un aspetto molto simile a grano e orzo e ha approfittato della somiglianza (proprio come la veccia) per imperversare, non voluta, in queste coltivazioni.

Quando poi grano e orzo si sono espansi verso regioni più lontane e latitudini settentrionali, la segale si è unita al viaggio.

Giunta in luoghi molto freddi, ha fatto valere la sua incredibile rusticità: ha dimostrato infatti di sapersi adattare anche a terreni più poveri, nonché di saper resistere ai rigidi inverni molto meglio delle sue compagne di viaggio.

Insomma, quella che un tempo era considerata soltanto un’erbaccia da estirpare è arrivata addirittura a soppiantare completamente grano e orzo in alcune zone, diventando a tutti gli effetti una pianta coltivata!

Questo processo è noto come “domesticazione secondaria”: la segale è passata da parassita a risorsa agricola fondamentale proprio grazie alle sue doti di resilienza.

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