Fare un passo indietro e lasciare che la natura faccia il suo corso.
In diverse zone dell’Europa e del mondo si sta percorrendo proprio questa strada, diversa dalla più classica riforestazione.
Mentre infatti con la riforestazione si interviene in maniera diretta sul territorio piantando nuovi alberi, il rewilding punta sull’interruzione totale dell’intervento dell’uomo, in modo da permettere alla natura di recuperare i suoi spazi da sola e senza forzature.
Questo approccio sta guadagnando un forte slancio politico ed economico a livello comunitario: l’Unione Europea ha infatti inserito il ripristino della natura e i corridoi ecologici tra i pilastri della propria Strategia sulla Biodiversità per il 2030, riconoscendo nel rewilding uno strumento economico ed efficace per contrastare la crisi climatica.
La necessità di abbandonare gli interventi antropici invasivi emerge anche dai limiti dei rimboschimenti artificiali su larga scala: come abbiamo approfondito analizzando il caso della Cina, dove la piantumazione massiccia di alberi ha finito per stravolgere il ciclo dell’acqua e ridistribuire le piogge alterando gli equilibri idrici regionali, un’azione umana troppo forzata rischia di generare paradossi ecologici imprevedibili.
La Riserva naturale del Grand Barry, in Francia, è uno dei più importanti esperimenti di rewilding attualmente in atto in Europa.
Siamo nel dipartimento di Drôme, in un’area di circa 100 ettari che si snoda lunga una cresta montuosa.
Il progetto è supervisionato dall’Associazione per la protezione degli animali selvatici e l’area è soggetta a rigida protezione: tra le attività umane vietate ci sono la caccia, la pesca, l’agricoltura e l’uso di veicoli a motore.
Sono invece permesse rare visite da parte degli escursionisti, a patto che camminino nei percorsi indicati senza lasciare traccia.
Negli ultimi anni, l’efficacia di questa protezione assoluta ha spinto le associazioni ambientaliste francesi a replicare il modello del Grand Barry, creando una vera e propria rete di “Riserve di Vita Selvaggia” (Vercors, Trégor) che oggi proteggono migliaia di ettari di territorio dall’impatto antropico diretto.
Ma in cosa consiste, in pratica, il rewilding?
Come detto, la natura viene lasciata al suo destino.
Non è prevista né la pulizia della foresta (ad esempio attraverso la rimozione degli alberi caduti, che invece vengono lasciati a decomporsi com’è naturale che accada) né la reintroduzione forzata di specie animali un tempo presenti sul territorio.
Viene piuttosto data loro la possibilità di tornare a popolare il Grand Barry dalle zone limitrofe, in totale autonomia e prendendosi il loro tempo. Stanno così tornando camosci, cervi, tassi, falchi e persino l’aquila reale.
I monitoraggi scientifici più recenti condotti nella riserva hanno evidenziato un eccezionale aumento della biodiversità degli insetti saproxilici (legati al legno morto) e dei funghi, i quali stanno rigenerando il suolo a ritmi insperati.
Inoltre, la zona ha registrato il passaggio sporadico del lupo, segno evidente che la catena alimentare naturale si sta ricomponendo a partire dai grandi predatori.
In questo senso, l’unico intervento concesso all’uomo è più che altro un modo per rimediare ai propri interventi del passato, attraverso la creazione di ponti e sottopassi che consentano agli animali di oltrepassare in sicurezza le arterie stradali e riappropriarsi con successo dei loro spazi.
Si cerca insomma di creare “la foresta primaria di domani”, lasciando libere di espandersi le specie vegetali e animali in grado di adattarsi nella maniera migliore alle attuali condizioni. Un esperimento decisamente interessante anche in ottica di lotta ai cambiamenti climatici.
Studi internazionali pubblicati di recente confermano infatti che i territori lasciati al rewilding non solo presentano una maggiore resilienza contro gli incendi e la siccità rispetto alle foreste coltivate, ma possiedono anche una capacità di stoccaggio del carbonio significativamente superiore, rendendo la non-gestione una delle strategie più innovative e promettenti per il futuro del pianeta.
Nello specifico, la validità scientifica di queste dinamiche è stata avvalorata da un’importante meta-analisi globale pubblicata sul Journal of Environmental Management, che dimostra empiricamente come il ripristino dei processi naturali ed ecologici sia la chiave per aumentare la stabilità degli ecosistemi di fronte ai cambiamenti climatici.
Parallelamente, uno studio diffuso su One Earth ha ridefinito la gestione forestale globale evidenziando come la transizione verso modelli ispirati al rewilding offra uno stoccaggio della CO2 decisamente più sicuro, stabile e resiliente rispetto alle classiche piantagioni monoculturali intensive.
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