La Grande Muraglia Verde: a che punto è la sfida climatica più ambiziosa d’Africa?

Africa: Grande Muraglia Verde

Hai mai sentito parlare della Grande Muraglia Verde?

Si tratta di un’iniziativa avviata in Africa, nell’ambito della lotta ai cambiamenti climatici e alla desertificazione, per la creazione di una gigantesca barriera verde, lunga 8.000 km e larga 15 km (per un totale di 100 milioni di ettari), tra Nord Africa, Sahel e Corno d’Africa.

Oggi, nel 2026, l’iniziativa si è evoluta in un mosaico di interventi di gestione sostenibile del territorio che va oltre la semplice piantumazione di alberi.

L’obiettivo? Fermare l’avanzata del deserto, assorbire circa 250 milioni di tonnellate di CO2 e creare 10 milioni di posti di lavoro, in una delle zone più povere e maggiormente impattate dai cambiamenti climatici del pianeta.

Il primo a pensare a qualcosa di simile fu il biologo inglese Richard St. Barbe Baker nell’ormai lontano 1952: durante una spedizione nel Sahara colse i primi segnali di quello che sarebbe accaduto negli anni successivi e, in maniera lungimirante, propose di realizzare una barriera verde per opporsi alla progressiva avanzata del deserto.

La sua idea rimase però nel cassetto addirittura fino al 2002, quando, in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, venne riproposta e ottenne l’approvazione della Comunità degli stati del Sahel e del Sahara.

I lavori per la Grande Muraglia Verde sono ufficialmente iniziati nel 2007, in undici paesi a cui poi si sono aggiunti altri nove. 

Come sta andando?

Sono trascorsi  più di 10 anni e, purtroppo, si procede a rilento e con significative differenze tra un paese e l’altro: basta pensare che, dei 100 milioni di ettari previsti, solo il 4% è stato ufficialmente portato a termine e la maggior parte si concentra in Etiopia, mentre altri paesi (come il Burkina Faso e il Chad) sono rimasti decisamente indietro.

Tuttavia, gli ultimi rapporti di monitoraggio del 2024 e 2025 mostrano un’accelerazione: si stima che circa 18-30 milioni di ettari (ovvero tra il 18% e il 30% dell’obiettivo) siano stati parzialmente ripristinati.

L’Etiopia continua a guidare la classifica con miliardi di alberi piantati, seguita dal Senegal, che ha creato rigogliosi “giardini polivalenti” per le comunità locali.

Troppo poco, soprattutto se consideriamo la situazione di questi territori: siccità sempre più persistente, mancanza di cibo, disoccupazione…tutti problemi che i cambiamenti climatici stanno ulteriormente aggravando.

A questi si è aggiunta l’instabilità politica in diverse aree del Sahel, che ha reso fisicamente pericoloso l’accesso ai cantieri di riforestazione.

Cosa è andato storto?

Creare una muraglia di alberi ai confini del deserto è indubbiamente un progetto affascinante, ma si scontra con diverse criticità.

I territori in questione sono variegati per clima e caratteristiche del terreno e, pertanto, non è possibile intervenire dappertutto allo stesso modo: per avere davvero successo bisogna adattarsi allo specifico contesto, sia nella scelta delle piante che nella metodologia di intervento.

Studi recenti hanno evidenziato come l’80% degli alberi piantati in alcune zone non sopravviva a causa della mancanza di acqua o del pascolo incontrollato; per questo oggi si punta più sulla “Rigenerazione Naturale Gestita dai Contadini” (FMNR), che favorisce la crescita spontanea di specie locali già adattate al clima.

È poi cruciale un attento coordinamento delle iniziative dei diversi paesi, anche attraverso la supervisione di un organismo di controllo. Al momento, ogni stato si autogestisce e questo rende difficile valutare cosa è stato effettivamente fatto e in che modo.

Recentemente, in occasione del One Planet Summit organizzato dalla Francia, per dare una nuova spinta al progetto sono stati stanziati ulteriori fondi per 14,3 miliardi di dollari (da distribuire entro il 2025).

È stato inoltre creato il Great Green Wall Accelerator, che dovrebbe occuparsi della distribuzione di questi fondi e del coordinamento dei lavori.

Nonostante queste promesse, a inizio 2026 gran parte dei finanziamenti internazionali risulta ancora bloccata da lungaggini burocratiche.

infografica grande muraglia verde dell'africa

 

Per sbloccare la situazione, durante la COP30 del 2025 è stato lanciato un nuovo programma specifico da 222 milioni di dollari guidato dalla FAO per supportare direttamente le comunità rurali nel Sahel.

Inoltre, l’Unione Africana ha dichiarato il 2026 come l’anno dedicato all’acqua e ai servizi igienici, un tema che si intreccia direttamente con la sopravvivenza della Muraglia Verde.

Vedremo se basterà ad aggiustare il tiro e a far sì che quello della Grande Muraglia Verde non resti soltanto un bellissimo sogno.

La sfida oggi non è più solo piantare alberi, ma garantire che la “Muraglia” diventi un’infrastruttura di pace e sicurezza alimentare per le generazioni future.

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