Abbiamo visto più volte che le piante sono in grado di fare cose sorprendenti, tradizionalmente considerate una prerogativa del regno animale.
Ma sapevi che sono addirittura in grado di generare calore?
È il fenomeno della termogenesi: un processo secondario della respirazione cellulare effettuato dai mitocondri, che permette appunto ad alcune piante di aumentare la propria temperatura rispetto a quella dell’aria circostante.
A differenza della normale respirazione che produce ATP (energia chimica), in queste piante l’energia viene dissipata sotto forma di calore grazie a una proteina specifica chiamata ossidasi alternativa (AOX).
Si tratta generalmente di piante di grandi dimensioni, che proprio per questo riescono a mantenere il calore in maniera più efficiente.
Tuttavia, la termogenesi non è esclusiva di piante giganti: piante più piccole, come la Symplocarpus foetidus (il “cavolo puzzolente”), sono capaci di sciogliere la neve circostante per fiorire in pieno inverno.
La famiglia delle Araceae, in particolare, è ricca di piante termogeniche.
L’Amorphophallus titanum
Tra di loro spicca l’Amorphophallus titanum, che abbiamo già avuto modo di conoscere per la sua notevole infiorescenza. Ed è proprio il fiore a scaldarsi, raggiungendo una temperatura di circa 36° (simile quindi alla nostra temperatura corporea).
Generare un tale calore è piuttosto dispendioso per la pianta e, non a caso, il fiore dura soltanto due giorni. Viene spontaneo allora chiedersi il perché di tutto questo impegno.
Sappiamo che in natura niente è lasciato al caso, soprattutto quando si parla di riproduzione.
La giungla è un ambiente molto competitivo e, se vuole riprodursi con successo, l’Amorphophallus deve inventarsi qualcosa per attirare a sé gli insetti impollinatori.
Le mastodontiche dimensioni del fiore di certo lo aiutano.
A completare l’opera, interviene proprio Il calore: lo scontro tra il calore generato dalla pianta e l’aria fresca circostante, infatti, crea dei moti convettivi che spingono l’aria calda (quella in prossimità del fiore) verso l’alto, aiutando così a diffondere l’odore del fiore anche per lunghe distanze.
Questo odore, simile alla carne in decomposizione a causa di composti come il dimetiltrisolfuro, attira mosche e coleotteri necrofagi che fungono da impollinatori.
Decisamente ingegnoso!

La Victoria amazonica
Un altro interessantissimo esempio di pianta termogenica riguarda la Victoria amazonica. Nota per avere le foglie più grandi tra le piante acquatiche, utilizza una strategia davvero sofisticata per favorire l’impollinazione.
Il suo bellissimo fiore si presenta bianco la prima notte di fioritura.
Emana un aroma molto dolce e, contestualmente, produce calore: un richiamo irresistibile per gli insetti, che inevitabilmente accorrono verso quel rifugio caldo e ricco di risorse zuccherine.
A un certo punto, si chiude su se stesso intrappolandoli per tutta la notte.
In questa fase, il fiore è esclusivamente femminile e accoglie il polline che gli insetti hanno raccolto da altri fiori.
Questo fenomeno è noto come proteroginia e serve a evitare l’autoimpollinazione, garantendo la variabilità genetica.
La mattina seguente, invece, assume i caratteri maschili in modo da ultimare il processo di fecondazione ricoprendo gli insetti di nuovo polline.
La sera, infine, si riapre rivelando una clamorosa trasformazione: i petali non sono più bianchi, bensì rosso porpora.
Questo è un segno inequivocabile che la fecondazione è ormai avvenuta. Il fiore non produce infatti più alcun odore né calore e gli insetti vengono lasciati liberi di volare via.
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