Il riccio europeo è un animale prevalentemente crepuscolare e notturno, una caratteristica evolutiva che ha influenzato drasticamente lo sviluppo dei suoi apparati sensoriali.
Mentre la vista gioca un ruolo marginale, limitandosi alla percezione delle forme e dei movimenti ravvicinati, il riccio ha affinato un sistema di “radar” biologici basati su olfatto e udito che gli permettono di interagire con l’ambiente in modo straordinariamente efficiente.
L’olfatto e l’organo di Jacobson: il radar chimico del riccio
L’olfatto è senza dubbio il senso primario del riccio.
Il tartufo, costantemente umido e in movimento, è in grado di captare particelle odorose a grande distanza e persino sotto diversi centimetri di profondità nel suolo.
Questa capacità è ciò che guida l’animale durante la ricerca del cibo, permettendogli di individuare con precisione larve, coleotteri e piccoli invertebrati, nascosto tra le radici o sotto il fogliame.
Oltre alle cavità nasali standard, il riccio possiede una risorsa biologica avanzata: l’organo vomeronasale, noto come organo di jacobson.
Situato sul palato, questo organo funge da ricevitore chimico specializzato per i feromoni e per odori particolarmente complessi.
Quando il riccio incontra un nuovo stimolo olfattivo, utilizza la bocca per “assaggiare” l’aria, trasportando le molecole verso questo organo per una decodifica biochimica immediata.
Come sopravvive il riccio all’inverno: il ciclo del letargo
Un udito finissimo per cacciare nel sottobosco
Complementare all’olfatto è l’udito, estremamente sviluppato per captare le alte frequenze.
Le piccole orecchie del riccio sono sintonizzate sui suoni ad alta frequenza (fino a 45 khz), rendendolo capace di avvertire il minimo fruscio prodotto dal movimento di un insetto o lo scatto di una mascella di un predatore.
Questa sensibilità acustica spiega perché i rumori improvvisi o metallici causino un’immediata reazione di appallottolamento.
Nel silenzio della notte, il riccio si affida ai suoni per mappare il territorio, distinguendo tra il vento tra le foglie e la presenza di un possibile pericolo o di un partner.

Il mistero dell’auto-aspersione: perché il riccio produce schiuma?
Uno dei comportamenti più bizzarri e affascinanti legati ai sensi del riccio è l’auto-aspersione (self-anointing).
Quando l’animale entra in contatto con una sostanza dall’odore forte o sconosciuto (come tabacco, cuoio, sapone o alcune piante), inizia a masticarla fino a produrre un’abbondante schiuma salivare.
Successivamente, con contorsioni quasi ginniche, spalma questa schiuma sui propri aculei utilizzando la lingua.
Sebbene non vi sia ancora un consenso scientifico unanime, le ipotesi principali suggeriscono che questo comportamento serva a:
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Creare una memoria olfattiva: aiutando l’organo di jacobson a catalogare la sostanza.
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Difesa chimica: rendendo gli aculei irritanti o tossici per i predatori.
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Mimetismo: coprendo l’odore naturale del riccio con quello dell’ambiente circostante.
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