I cinque sensi delle piante: il tatto

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Una pianta è in grado di accorgersi di essere toccata?

Per rispondere, basta osservare il comportamento della Mimosa Pudica, un tipo di mimosa così chiamata proprio perché chiude le sue foglie non appena viene sfiorata.

Si tratta di una strategia difensiva, attuata presumibilmente per difendersi dagli erbivori.

Questo fenomeno è noto come tigmonastia (o sismonastia), ovvero un movimento idraulico rapidissimo innescato da uno stimolo meccanico: quando la pianta viene toccata, si genera un segnale elettrico che viaggia lungo i tessuti e causa una repentina perdita di pressione cellulare (turgore) nei pulvini, i piccoli cuscinetti rigidi alla base delle foglie, facendole ripiegare su se stesse in meno di un secondo.

Non basta però che entri a contatto con una goccia di pioggia, oppure che sia sferzata dal vento: deve venire davvero toccata affinché il meccanismo si attivi. Quindi, non solo la Mimosa possiede il senso del tatto, ma è anche capace di distinguere tra i diversi stimoli.

E non è tutto. Il grande naturalista Jean-Baptiste de Lamarck ha dimostrato che la Mimosa è persino in grado di imparare dall’esperienza e di mutare il suo comportamento di conseguenza: trasportando delle piantine di Mimosa in carrozza sul pavé di Parigi, scoprì che inizialmente le foglie si chiudevano a causa degli scossoni subìti, ma dopo un po’ si riaprivano come se si fossero abituate.

Evidentemente, avevano imparato che le vibrazioni della carrozza non costituivano una minaccia e avevano così smesso di compiere lo sforzo di chiudere le foglie.

Questo esperimento storico sulla memoria delle piante è stato confermato e approfondito in epoca contemporanea da studi scientifici internazionali: i ricercatori hanno dimostrato che la Mimosa Pudica non solo impara a ignorare i finti pericoli (un processo chiamato assuefazione), ma conserva questo ricordo e questa “consapevolezza” ambientale fino a quaranta giorni, persino in condizioni di luce diverse.

Altri esempi

La Mimosa Pudica non è di certo l’unico esempio che possiamo fare nel mondo vegetale in merito al senso del tatto.

Pensiamo alle piante carnivore e al funzionamento delle loro trappole: quando un insetto si muove lungo una foglia, innesca un sensore che porta la trappola a chiudersi di scatto. Non basta però che il sensore si attivi una volta sola, sono invece necessari due tocchi (a distanza di non più di venti secondi) affinché la pianta sia certa di essere a contatto con qualcosa di interessante per cui vale la pena far scattare la trappola.

Studi genetici recenti hanno rivelato il segreto biologico dietro questo conteggio: il primo tocco genera una scarica di calcio che si accumula nei tessuti della foglia; se un secondo tocco avviene prima che i livelli di calcio scendano sotto una certa soglia, la trappola della Dionaea muscipula (la venere acchiappamosche) si chiude.

Inoltre, sono necessari fino a cinque stimoli complessivi per far avviare la produzione degli enzimi digestivi, una strategia che evita sprechi di energia con detriti inerti portati dal vento.

In altre parole, è proprio attraverso il senso del tatto che le piante carnivore percepiscono la presenza degli insetti e sono in grado di catturarli.

È quindi indubbio che le piante siano dotate di una capacità tattile passiva, grazie alla quale si rendono conto se qualcosa si posa su di loro.

Non finisce qui!

Possiamo adesso fare un passo in più e chiederci: sono anche in grado di toccare a loro volta un oggetto esterno?

Certamente sì!

Anzitutto, le radici di qualunque pianta sono dotate della capacità di riconoscere al tatto gli ostacoli, molto frequenti ad esempio in terreni rocciosi, e di trovare un modo per aggirarlo proseguendo tranquillamente nella crescita.

All’estremità di ogni radice si trova l’apice radicale, una struttura altamente sensibile che analizza costantemente la durezza, l’umidità e la composizione chimica del suolo: se incontra una roccia, invia segnali ormonali (mediati dall’auxina) che modificano la direzione di crescita cellulare in pochi minuti.

Che dire poi delle piante rampicanti come l’Edera

Tastano tutto ciò che le circonda finché incontrano un sostegno (ad esempio il tronco di un albero) sufficientemente solido a cui aggrapparsi per farsi sostenere durante la crescita.

Molti rampicanti utilizzano i viticci, organi filiformi capaci di percepire pesi infinitesimi, inferiori al milligrammo: una volta avvertito il contatto fisico stabili, la pianta avvia una crescita asimmetrica (tigmotropismo) che fa curvare e avvolgere il viticcio attorno al supporto a tempo di record. Scopri gli altri sensi delle piante!

Se vuoi approfondire questo argomento, ti consigliamo la lettura del libro Verde brillante di Stefano Mancuso (scienziato di fama mondiale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale) e Alessandra Viola (giornalista e divulgatrice scientifica che collabora anche con il CNR).

 

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