Primula di palinuro: il fiore simbolo del Cilento tra crisi climatica e nuove rotte di sopravvivenza

Primula di Palinuro

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La Primula di Palinuro è molto più di un semplice fiore: è il simbolo del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni.

Eppure, questa specie rara e bellissima, che cresce esclusivamente sulle pareti rocciose a picco sul mare della Campania meridionale e della Calabria settentrionale, sta affrontando una sfida senza precedenti per la sua sopravvivenza.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Biodiversity and Conservation ha analizzato lo stato di salute di questa pianta iconica, utilizzando modelli macroecologici avanzati per prevedere il suo futuro in un mondo che cambia.

I risultati dipingono un quadro complesso, dove la crisi climatica e la pressione umana rischiano di spingere la primula verso l’estinzione, ma offrono anche nuove speranze per la sua gestione.

Un tesoro botanico tra le scogliere del tirreno

La Primula palinuri è un “endemismo puntiforme”, il che significa che non cresce in nessun altro luogo al mondo se non in una ristretta fascia costiera di circa 90 chilometri.

A differenza delle sue “cugine” che popolano le alte montagne europee, questa primula ha scelto le falesie calcaree, dove ha sviluppato adattamenti unici, come la dormienza estiva per sopravvivere alle temperature elevate.

Nonostante la sua resilienza, la specie è oggi classificata come “in pericolo” nella Lista Rossa dell’IUCN.

Oltre ai cambiamenti climatici, la pianta deve fare i conti con l’espansione del turismo, lo sviluppo di infrastrutture costiere, il pascolo eccessivo e una preoccupante mancanza di ricambio generazionale: nei siti analizzati, i ricercatori hanno riscontrato una scarsissima presenza di giovani esemplari.

Cosa dicono i modelli sul futuro della specie

I ricercatori hanno utilizzato i cosiddetti modelli di nicchia ecologica per mappare l’idoneità dell’habitat della primula nel passato, nel presente e nel futuro.

Questi modelli incrociano dati climatici, topografici e antropici per capire dove la pianta possa effettivamente prosperare.

Lo studio ha rivelato che il cambiamento climatico previsto per il periodo 2040-2100 porterà a una drastica riduzione degli habitat idonei, indipendentemente dallo scenario di emissioni considerato.

Le aree dove oggi la densità di popolazione è maggiore, come il promontorio di Palinuro e il Cilento meridionale, vedranno le condizioni ambientali peggiorare progressivamente.

Le lacune nella protezione e le nuove aree idonee

Uno dei dati più sorprendenti emersi dalla ricerca riguarda la protezione del territorio.

Attualmente, circa il 41% dell’habitat considerato idoneo per la primula si trova al di fuori delle aree protette o della rete Natura 2000.

Questo significa che quasi metà del potenziale spazio vitale della specie non gode di tutele legali specifiche contro lo sviluppo edilizio o altre attività umane.

Un altro risultato inaspettato è l’identificazione di aree potenzialmente idonee molto distanti dall’attuale distribuzione, in particolare in alcune zone della Toscana e della Liguria.

Sebbene la primula non vi cresca naturalmente oggi, queste “isole ecologiche” potrebbero diventare fondamentali in futuro per programmi di reintroduzione o colonizzazione assistita, qualora il clima nel sud Italia diventasse troppo ostile.

infografica primula di palinuro

Strategie urgenti per la conservazione

La ricerca sottolinea la necessità di un approccio integrato per salvare la Primula di Palinuro.

Non basta proteggere le singole piante; è essenziale salvaguardare l’intero ecosistema delle falesie costiere.

Le raccomandazioni degli esperti includono:

  • Ampliare i confini delle aree protette per coprire le zone idonee attualmente scoperte.

  • Monitorare costantemente la rigenerazione naturale e intervenire per favorire la crescita di nuovi esemplari.

  • Limitare le pressioni antropiche, come il turismo incontrollato e la stabilizzazione invasiva dei costoni rocciosi.

  • Considerare progetti di traslocazione in aree che manterranno un clima favorevole nei prossimi decenni.

La sopravvivenza di questo simbolo della biodiversità italiana dipende dalla nostra capacità di tradurre questi dati scientifici in azioni concrete di gestione del territorio.

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